Non sarà simpatica a tutti, ma di certo Greta Thunberg quest’anno si è fatta notare parecchio. Dalle stanze del Palazzo di Vetro dell’ONU, al meeting di Davos, fino alla copertina dello storico settimanale americano TIME, che l’ha nominata persona dell’anno. Molti dei suoi detrattori si domandano se dietro di lei possa nascondersi qualche potente speculatore, ma fino ad oggi, in verità, il matrimonio tra la finanza e le aziende petrolifere e del carbone, è stato solidissimo.

Secondo un’inchiesta dello scorso anno pubblicata dal quotidiano londinese TheGuardian, BlackRock, The Vanguard Group e State Street Corporation, ovvero le 3 più grandi società al mondo di asset management, gestiscono investimenti in fonti fossili per oltre 300 miliardi di dollari. Ma, si sa, l’amore è eterno finchè dura e anche questo connubio indissolubile ha iniziato a presentare qualche incrinatura. L’ultimo colpo al patto d’acciaio che ha dominato la finanza del ‘900, e forse il più duro, è stato assestato poche settimane fa proprio da Larry Fink, fondatore e Amministratore Delegato di BlackRock, l’uomo che gestisce come asset management la bellezza di 7 mila miliardi di dollari, più o meno un decimo della ricchezza esistente sulla Terra. In una lettera aperta ai propri clienti e consulenti , Mr.Fink ha detto chiaro e tondo che la sfida del cambiamento climatico va presa molto seriamente, che i problemi legati al riscaldamento globale costituiscono ormai la maggior preoccupazione dei clienti in tutto il mondo e che siamo “sull’orlo di una completa trasformazione della finanza”.

Innanzitutto, BlackRock prevede di eliminare i propri investimenti diretti nel settore del carbone, ma la decisione di maggior peso è un’altra: in chiusura della lettera, Fink scrive che Blackrock sarà sempre più propensa a “votare contro i dirigenti e i consiglieri di amministrazione quando le società non svolgeranno progressi sufficienti in materia di informativa sulla sostenibilità e non predisporranno linee guida e piani aziendali ad essa connessi”. In altre parole, Mr.Fink dice che i dirigenti che non sono in grado di valutare i rischi del cambiamento climatico sul loro business, realizzare una strategia per farvi fronte, e comunicarla in modo trasparente al mercato, non svolgono in modo adeguato il loro lavoro e quindi BlackRock smetterà di sostenerli. E a pochi giorni dal varo di questa nuova politica BlackRock è già passata alle vie di fatto, “bacchettando” pubblicamente il colosso tedesco Siemens per il suo coinvolgimento in un nuovo progetto minerario per l’estrazione di carbone nello stato australiano del Queensland.

Ma quello che accade nei piani alti della finanza, presto o tardi ricade anche sulle piccole e medie imprese. In un futuro molto prossimo, gli istituti finanziari che saranno chiamati a decidere se concedere un prestito o investire in un’impresa, valuteranno anche quanto l’azienda è preparata per la sfida del cambiamento climatico e come è in grado di comunicarlo.

Samandel è a contatto con le aziende italiane ogni giorno, e dalla nostra posizione di osservatori privilegiati stiamo già assistendo molte imprese nell’implementare una strategia di sostenibilità: in particolare osserviamo che la supply chain dei grandi gruppi internazionali, sempre più spesso è chiamata a conseguire obiettivi di sostenibilità e trasparenza della produzione sempre più stringenti.

Uno dei modi più rapidi e convenienti per migliorare la sostenibilità di un processo produttivo è migliorarne l’efficienza energetica, o utilizzare una parte di energia autoprodotta da fonti rinnovabili, entrambe attività in cui Samandel può essere al vostro fianco con soluzioni tecnologiche e finanziarie personalizzate.

E se ancora non bastasse, avete mai sentito parlare della compensazione delle emissioni di CO2?

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